martedì 17 novembre 2009

Lo spazio (o il tempo?) che Google vuole occupare



Nel passato, se non si voleva attendere i lunghi tempi per la consegna di una lettera si ricorreva all’unica alternativa: il telefono.

Il realtime promosso da Google Wave, al di là dell'ancora incerta usabilità del servizio, è una forma di ritorno al passato.
Con delle non trascurabili differenze; la prima riguarda il costo, diventato praticamente nullo. L’altra considerazione riguarda l’invasività, che è pure aumentata. E in più il contenuto è ora crossmediale: posta chat e strumenti di collaborazione, non solo voce ma immagini e video.

I contatti che noi selezioniamo conoscono momento per momento il nostro status; nel passato il chiamante ignorava l’eventuale nostra presenza in un certo luogo. Quando attivi una wave, o quando ti invitano, il tempo scorre accelerando, guardando gli altri o scrivendo il proprio contributo –lettera per lettera. Provate per credere come sia quasi impossibile prendere il tempo appena necessario per una riflessione.

La nostra rete sta assumendo una forma più interattiva che meramente condivisa. Un sistema più di conoscenza che di relazione.

PS. Ho ancora pochi inviti GWave da distribuire agli amici.

lunedì 9 novembre 2009

Il miglior filtro per le ricerche nel web

Il futuro è aperto” diceva il filosofo austriaco Karl Popper riferendosi alle conseguenze delle nostre scelte, credendo che non fosse possibile pianificare le future scoperte intellettuali. Se fosse ancora vivo, immaginiamo che davanti all’home page di Google avrebbe esclamato: “Anche il passato è aperto”.

Difatti, questo strumento permette di trovare tantissimi dati che potrebbero –come lui avrebbe affermato– falsificare la propria ipotesi, ossia sottoporla a un infinito processo di controllo che non giunge mai a una verità definita.
Quello che ci fornisce Google, o i suoi equivalenti, consiste in un microscopio rivolto al passato, azzerandoci i costi e i tempi della ricerca tra una sconfinata quantità di dati, e ciò l’ha resa oggi alla portata di tutti.
Resta il tema centrale, cosa cerchiamo in questo spazio aperto e, soprattutto, con quale metodo?

Sappiamo che la predizione è un’affermazione su eventi che riguardano il futuro e che quindi devono ancora avvenire, mentre esistono due particolari metodi per descrivere un evento del passato: la retrodizione e la spiegazione.
La retrodizione è una speculazione su un evento che è accaduto nel passato ma che adesso (nel presente) mostra le sue conseguenze.
La retrodizione però differisce sostanzialmente dalla spiegazione ove, in quest’ultima, le conseguenze sono già evidenti ma deve essere ricostruito il percorso dai dati iniziali e a come si è giunti a tali risultati (è la direzione della storia: read forward).
Per esempio, l’esame con il Carbonio-14 ci dà una retrodizione su quando (in un intervallo) un particolare essere è vissuto nel passato, ed è differente pertanto dalla spiegazione, non ci dice perché quell’evento è accaduto, potrebbe essere una casualità, tutto questo spetta a noi. Dovremmo ricorrere a congetture per capirne le cause delle attuali evidenze.

E’ come se un ragno (spider) cercasse di ricostruire tutti i nodi della ragnatela (web) partendo dal risultato finale (il presente). Le connessioni tra gli eventi (link) esistevano nella realtà del passato, ma oggi anche grazie a questi strumenti, si palesano. Però dobbiamo ripercorrere tutti i passi al contrario (read backward).

In questo modo chiaramente il passato non si trasforma (è read only), ma la nostra migliore interpretazione ci aiuta a comprendere l’evento in oggetto.





Un esempio dall’attualità: la morte di Michael Jackson.

Per cercare di capirne le cause, navigando tra i dati, potremmo procedere con i seguenti metodi:

Spiegazione
Regola: Un eccesso di sonnifero porta alla morte Ipotesi: Michael ha preso molto sonnifero Risultato: Michael è morto. Si parte dalle cause sempre più lontane per descrivere -o meglio spiegare- l’evento finale. Possono esserci però anche differenti spiegazioni: altri medicinali, droghe, pratiche mediche scorrette, ecc. Oppure delle combinazioni di questi elementi. C’è poi un’altra consistente spiegazione che si rifà a preesistenti condizioni di malattie dell’artista e alle sue debolezze psicologiche derivanti da un’infanzia difficile. È naturale questo processo, e i migliori studiosi (storici) partono dalle cause più remote e con dovizia di particolari tentano di spiegare -con una coerenza interna alle proposizioni- come si è arrivati alla morte.

Retrodizione
Regola: Un eccesso di sonnifero porta alla morte Risultato: Michael è morto Ipotesi: Michael ha preso molto sonnifero In questo caso si prende in considerazione una regola nota, si osserva il risultato e si formula un’ipotesi dalla quale sia possibile evincere il fatto stesso. Può non essere l’unica ipotesi, non si raggiunge la certezza, ma aggiunge conoscenza alla nostra analisi.

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La disponibilità dei dati è una condizione necessaria per la verifica empirica, ma non è una condizione sufficiente. Pensiamo spesso che più risultati troviamo più abbiamo ragioni di credere che le nostre ipotesi siano corrette. Ma sembrano corrette, non lo sono certamente. Non è la quantità dei dati disponibili una misura per valutare la bontà di una ipotesi, ma è la precisione con la quale si può scoprire anche un solo dato che conferma se la teoria ipotizzata è plausibile o fallace.
Ormai i dati sono tutti disponibili per ognuno di noi, ma non basta una mera raccolta e la risposta poi la troveremo lì, pronta.
I motori di ricerca ci presentano i risultati in varie forme, però poi occorre selezionare i dati alla ricerca della:
- causa remota del fatto osservato (la causa in rapporto alle conseguenze)
- teoria alla base dell’evento (il fatto in rapporto all’ipotesi).
È quest’opera di valutazione che, svolta nell’immenso rumore di fondo, conferisce un ordine e un’anima ai dati.

Il poeta T.S. Eliot, già nel 1934, ci aveva avvertito del pericolo di perdersi tra l’eccesso di dati con la poesia The Rock:

Dov’è la saggezza
che abbiamo perso in conoscenza?
Dov’è la conoscenza
che abbiamo perso in informazione?

Oggi si potrebbe aggiungere:

Dov’è l’informazione
che abbiamo perso tra i dati?

Come rappresentato in figura, oggi si possono scorgere due ombre che si proiettano nel passato.
C’è in natura un unico filtro capace di separarle, illuminarle e nello stesso tempo estrarre informazioni da quei dati: l’essere umano.


domenica 8 novembre 2009

Dalla fine del privilegio all’inizio del diritto


La garanzia di un diritto sta diventando nel mondo la regola per la connessione alla rete. Ha smosso le acque la Finlandia (estendendo a tutti i cittadini il diritto di avere almeno una linea da un megabit al secondo) e speriamo diventi uno tsunami. Ma sappiamo bene che ci saranno altre battaglie per difendere questi valori, per esempio:
- la neutralità della rete
- l’accesso culturale esteso a più persone possibili
- la promozione dei contenuti digitali liberi da copyright.

La strada verso questi obiettivi in questa epoca della conoscenza è stata tracciata dai visionari come Manuel Castells, Yochai Benkler e altri.
Sta diventando quindi un bene pubblico con caratteristiche di non escludibilità, così come non possiamo escludere un cittadino dall’usufruire del servizio di difesa nazionale promosso dallo stato. Tutti ne hanno diritto e non è possibile esserne esclusi. Quindi ottime speranze per coloro che vivono nei luoghi ancora non raggiunti dalla banda larga.

Però viene istintivamente da pensare al ciclo di Internet: è nata per volontà dello stato che, attraverso i piani militari, ha finanziato un progetto di comunicazione a distanza multicentro, resiliente e non gerarchico. Il pubblico se ne è appropriato, innovandola, e ora lo stato tenta di re-impossessarsi dello strumento cercando di limitarlo (vedi i tagli per la banda larga) o metterlo sotto controllo.

Ora tocca a noi tutti costruire e percorrere la rete metro per metro e proteggerla. Dobbiamo anche difenderla -momento per momento- da coloro che tendono a segmentarla e a confinarla. Potremmo anche chiamare costoro come i neolatifondisti della conoscenza.

Non è comunismo digitale, non c’è niente di pianificato, ma solo un’opera che ognuno paritariamente contribuisce a edificare.

domenica 1 novembre 2009

Esternalità: i costi che paghiamo senza saperlo


L'animazione spiega in modo semplice il fallimento del mercato che avviene quando i prezzi dei beni non segnalano correttamente tutte le informazioni che descrivono i costi sostenuti per produrre o muovere gli oggetti. O meglio, quando tali informazioni sono distorte in eccesso (nel caso del monopolio) o in difetto (nel caso delle esternalità negative: inquinamento, ecc.).

Nel nostro particolare caso dobbiamo considerare l’atmosfera non come bene pubblico ma come risorsa comune. Elinor Ostrom, l’ultimo premio Nobel per l’Economia lo spiega nel suo libro “La conoscenza come bene comune” Edizione Bruno Mondadori.

L’atmosfera è classificata come risorsa comune perché il sovrasfruttamento danneggia il godimento degli altri soggetti (e quindi c’è una rivalità o sottraibilità nel godimento, non è solo difficilmente escludibile).

La Ostrom per fortuna ci dimostra che gli economisti non sono tutti dei fondamentalisti che credono solo nel mercato; con questa crisi sta aumentando la quota di coloro che credono e riconoscono i limiti sociali dello sviluppo.

A un economista però non dobbiamo affidare dei propositi, ma solo problemi.
Ci sarà sempre qualcuno disposto a vendere l’ultimo albero dell’Isola di Pasqua. Non si considera mai la scarsità ultima, finale: quella ecologica.

Se non si vedono i limiti si perdono i veri e reali fini. E senza fini non abbiamo risposta alla nostra domanda di senso, perdendo, come abbiamo fatto finora, la direzione dello sviluppo.

La distanza concettuale tra l’azione dei singoli che ignorano il proprio impatto sul consumo delle risorse e la mancanza di un governo che impone sanzioni progressive è la causa dell’insostenibilità nel lungo termine.

domenica 25 ottobre 2009

L’immateriale che plasma la materia

Fonte: http://www.occamservices.com/


Nelle lunghe giornate della nostra infanzia alcuni di noi hanno letto i libri cosiddetti classici (penso a Cuore, I ragazzi della via Pal, Guerra e Pace, ecc.). Ma oggi i nostri ragazzi sono ancora capaci di leggere questi testi?
Se gli attuali media –e le modalità del loro consumo- li distraggono nella loro adolescenza, quando lo faranno, se mai avranno “tempo”?
Oggi non manca il tempo ma la concentrazione.

I media entrano nelle nostre menti fornendoci delle cornici (frames) con all’interno il mondo che focalizzano per la nostra attenzione. È un mondo che ritengono interessante per noi, per un brevissimo tempo d’osservazione. Tutto si basa sul “sensazionalismo” che si ottiene da questo racconto. Per poi passare istantaneamente ad altre cornici che continuano a catturare, e solleticare, l’attenzione (quindi non c’è possibilità di riflessione). La nostra attenzione è diventata merce di scambio perché è rivenduta agli inserzionisti per mezzo della pubblicità.

Con ciò si vuol dire che è il media che plasma l’informazione (Marshall McLuhan: il media non è passivo, ma ha un ruolo fondamentale). Quindi noi abbiamo sempre più informazioni a costo zero a un tempo quasi nullo.
L’incremento delle informazioni è stato rapidissimo e ancora non riusciamo a raccogliere tutta la sua portata perché occorre un’equivalente trasformazione sociale e culturale (che in realtà è molto più lenta).
L’informazione è offerta in quantità immensa e l’attenzione è scarsa; basta leggere le statistiche sui tempi di lettura –o di rapida scorsa- delle pagine online.

In effetti, quando dobbiamo fare attenzione a queste informazioni siamo facilmente distratti da un hyperlink o dalle chat e semplicemente perdiamo il filo: restiamo sempre in superficie, senza approfondire. E se non siamo più capaci di associare informazioni e a trasformarle come faremo a memorizzarle permanentemente?

La lettura profonda è ormai un ricordo dell’infanzia, solo che i nostri ragazzi non riescono neanche più a sperimentarla con l’incalzare gli odierni stimoli tecnologici.
Tutte queste informazioni ci fanno cambiare il modo in cui pensiamo, sentiamo la necessità di alzarci e fare un’altra cosa dopo un certo -sempre troppo breve- tempo di approfondimento. Non c’è più solo la carta, ma tanti altri media che ci tentano.
Il successo degli SMS e di Twitter oggi è la conseguenza che spiega questa ridotta attenzione prolungata degli utenti. C’è un incentivo a farci fare più cose contemporaneamente, a studiare i nostri comportamenti e a venderli, naturalmente.

Italo Calvino diceva a proposito dei testi classici che sono “ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l'attualità più incompatibile fa da padrona”.

Solo che oggi la molteplicità dei media ha creato un frastuono ancora più forte. Tutto ciò rende arduo dedicarsi alla comprensione del “rumore di fondo”, soprattutto quando la congestione informativa è così soggiogante.

Mutuando il linguaggio informatico potremmo ipotizzare che queste informazioni (software) stiano cambiando il cablaggio della nostra mente (hardware).

Quell'essere che è riuscito ad adattarsi alla situazione ambientale è sopravvissuto, si è riprodotto ed evoluto.
Ecce homo.
Ma ora è l’informazione che sta plasmando e selezionando il futuro evolutivo dell'uomo.

sabato 17 ottobre 2009

Chi frequenta la rete è un Panglossiano.

Quando l’Uomo è sicuro di non pagare per le proprie malefatte, è cattivo.
È cattivo anche chi crede che qualcuno lassù veda tutto.
Oltre l’osservanza delle leggi, oggi si sta affermando il controllo sociale: grazie alle relazioni paritarie tra le persone collegate in rete.
È la rete che rende questo il migliore dei mondi possibili.



sabato 10 ottobre 2009

Spendiamo oggi per crescere domani


Tutti hanno un interesse per far ripartire l’economia.
Il governo per sostenere la macchina statale e per non far aumentare il debito cerca la ripresa per incrementare le entrate fiscali, gli imprenditori per vendere di più innalzando i profitti e i banchieri per tornare a prestare soldi in tutta sicurezza (e molti di coloro hanno creato la crisi non hanno pagato per questo, anzi sono stati addirittura aiutati!).
Non ultimi i lavoratori per trovare un impiego.

Dato che la politica monetaria è oggi in sostanza inefficace (il tassi d’interesse sono ormai prossimi allo zero) dobbiamo scegliere una delle due strade che il bivio della politica fiscale impone.
Il bivio ci costringe a una scelta relativa al tempo. Si tratta di scegliere tra il breve periodo (con una politica fiscale espansiva) o il lungo (con un atteggiamento neutro).
Il tutto ruota proprio intorno alla stima inerente entro quanto tempo il sistema torna –se torna- in un certo equilibrio.

Aumentare oggi i piani di stimolo dell’economia aggravando potenzialmente il debito pubblico che qualcuno pagherà domani?
Oppure resistere all’azione oggi, contenendo il debito e avere quindi un fardello più leggero per favorire la crescita futura?

C’è la tentazione di agire con la seconda ipotesi ove tutti i disoccupati resteranno tali per un periodo ancora non prevedibile, e ciò mina le speranze di una larga e diffusa futura crescita.
Tra il restare inermi e l'agire, per fortuna gli stati hanno preso l'iniziativa di aiuto nel breve periodo, nonostante qualche voce critica.
Quindi si è agito, bene, ma ora siamo al dilemma ancora più grande: agire fino a quando?


Iniettando adesso qualche costosa medicina per far riprendere il malato (togliendola però al momento giusto, altrimenti è un comportamento criminale) e iniziando a metter da parte le risorse, per i tempi in cui si è più deboli, potrebbe essere la soluzione.
Certo che il “momento giusto” non è facile da stimare, potrebbe essere uno stimolo che si trasforma in assuefazione e alla rimozione dello stesso ci può essere un nuovo crollo, di certo più rovinoso del precedente. Oppure forzando l’economia a prendere dei continui integratori per tempi troppo lunghi significa creare un insostenibile debito pubblico che tarpa le ali al futuro. Il calcolo è complesso, si dovrebbero studiare le scorte delle imprese, il livello del risparmio mondiale, insomma i comportamenti futuri e le aspettative non sempre razionali dei consumatori. Non è un calcolo banale, per questo ci sarà una sperimentazione.
Nel dubbio,
"Melius abundare quam deficere", anche in economia.

Quando dobbiamo scegliere che strada prendere, c'è sempre un riferimento al tempo che s'impiegherà per raggiungere la nostra destinazione.
Anche nel dilemma più famoso inerente lo scorrere del tempo: la scelta tra l’uovo e la gallina.
Solo che risparmiando l’uovo oggi potremmo non avere neanche una buona gallina domani.


sabato 3 ottobre 2009

Il sistema più resiliente al mondo

Bernard Madoff è un privato cittadino che ha truffato migliaia di persone adottando lo schema Ponzi. Era un uomo molto potente ma era solo, non ha creato legami e intrecci con la politica. Ha operato negli USA (altro errore per lui: in altri stati magari era già semi-libero). E' stato quindi arrestato e non si prevede che uscirà.

Ma che dire dei governi che fanno prestiti oggi per pagare gli interessi promessi ieri ad altri investitori?
E come non preoccuparsi per il fatto che saranno domani obbligati a cercare altri fondi (pagando forse interessi più alti) per restituire il debito che contrae oggi?

Con questo non si vuol assolutamente demonizzare il debito: esso in diverse occasioni è necessario per le famiglie, imprese e per gli Stati. Non utilizzare questo strumento potrebbe essere deleterio. L’importante è non usarlo perennemente, ma solo quando è inevitabile.
E non tentare di ridurlo, nelle fasi crescenti della ricchezza del paese, è davvero criminale.

Alcuni governi non si sono allontanati dallo schema Ponzi, tranne che per un solo particolare: l’efficienza della rete di relazioni a protezione degli elementi che lo compongono. Hanno creato un sistema resiliente.
Per chi non conoscesse il termine resilienza e non ha voglia di cercarlo, qui una mia libera interpretazione in questo contesto: tutti si tengono per non cadere.

Il miglior esempio di sistema resiliente? La politica italiana.

A fronte di molteplici errori dei componenti il sistema rimane stabile, intoccabile e –letteralmente- inarrestabile.

martedì 29 settembre 2009

Basta con i “cervelli in fuga”. Sono persone, non organi.


Quando le aziende hanno una forte attrattività raccolgono i migliori talenti disponibili; se poi sono anche capaci di trattenerli, si hanno tutti i presupposti per andare bene sul mercato ed essere quindi profittevoli, continuando ad attirare i migliori talenti.
A noi accade l’esatto contrario.

Ci sono tanti giovani che dopo aver conseguito la laurea scientifica provano ad entrare nelle aziende con contratti di collaborazione, sempre part-time.
Queste poche aziende (grandi e piccole) hanno un bisogno immediato di inserire questi ragazzi nel processo produttivo, senza molto sottilizzare sulle loro specifiche conoscenze e soprattutto su quali siano i loro desideri. Come se fossero delle entità staminali, riadattabili alla bisogna.
Sarà anche questa la ragione che spinge i ragazzi a tentare un percorso di vita (non solo professionale) all’estero.

C’è inoltre un fattore che favorisce tale migrazione: lo squilibrio tra la domanda e l’offerta di tali impieghi.
L’università in effetti sforna tante persone che vorrebbero continuare a studiare e ricercare e si scontrano quotidianamente con l’impossibilità di trovare un numero sufficiente di aziende che domandino tali posti di lavoro.
Fino ad oggi ci siamo occupati troppo –e male- dei problemi dell’istruzione in Italia e, nonostante questi maldestri tentativi, abbiamo tante brillanti persone con talento che il mondo –letteralmente- c’invidia. E le persone di valore che ho conosciuto sono un campione rappresentativo della realtà, ne sono sicuro.
Non abbiamo quindi altra possibilità di lavorare sul lato della domanda affinché le imprese possano assorbire, e far crescere, queste competenze di cui il sistema Paese ha estremo bisogno.
Altrimenti il rischio che corriamo è di diventare solo un mercato subalterno, ospitale solo per le filiali commerciali delle imprese estere.

Non può durare a lungo lo squilibrio dove l’offerta non crea la sua domanda.
Non si conosce entro quanto tempo si riassorbirà tale gap, quindi occorre un intervento pubblico per favorire questo incontro, altrimenti il sistema non tenderà rapidamente verso un riequilibrio.
Nel lungo periodo –se diamo retta ai puristi del mercato- sarà l’offerta di queste competenze a ridursi. E allora diventeremo davvero un paese di call centers.
E forse neanche questo, poiché costiamo troppo.

Questi giovani sono di gran lunga migliori di come in media ce li immaginiamo; ecco perché dall’estero non attirano solo “cervelli” come se fossero solo organi che producono idee, ma persone con talento.
E forse noi trascuriamo questa grande e bella differenza.


domenica 27 settembre 2009

Più paradisi fiscali per tutti


I paradisi fiscali non si combattono solo con le leggi o con le pseudoleggi (scudi fiscali, condoni, ecc.) perché sono armi spuntate che non riescono a potare un albero che molti danarosi hanno un incentivo a vedere crescere. Dobbiamo fare in modo, per mezzo della competizione, di drenare queste risorse che vanno verso l'estero e dirigerle verso altri scopi. È come innestare un altro albero accanto al predominante, così le radici dovranno competere per cercare linfa vitale.
A tutti gli imprenditori illuminati si può proporre d’investire nei nuovi paradisi fiscali, invece di portare i capitali in luoghi nascosti.
Chiunque investa nelle energie rinnovabili (non nucleare) avrà la garanzia di un’attività quasi esentasse su aree che lo Stato metterà a disposizione per lo scopo.
Siamo nelle condizioni ideali per far avviare questa non impossibile azione. Non occorrono risorse naturali da estrarre dal sottosuolo (ne siamo alquanto privi) ma solo conoscenza e voglia d’impresa.
L’energia prodotta sarà immessa nella rete nazionale e l’impresa potrà anche acquistarla e rivenderla agli altri produttori locali.
L’impresa che manterrà la gestione operativa avrà tutti gli incentivi per creare qualcosa che generi reddito legale piuttosto che rischiare di essere perseguito per l’esportazione illecita dei capitali.

Finora i paradisi fiscali esteri erano alla portata solo di persone con grandissime disponibilità economiche, con questa modalità l’accesso a tali innovazioni è aperto a molti.

Lo stato incoraggia l’investimento, le imprese intravedono un business e le ricadute favoriscono tutti. I posti di lavoro saranno dislocati su tutto il territorio e l’indotto sarà di qualità per mezzo della ripresa di un’industria che può competere e assumere una leadership nel mondo con una rinnovata attenzione sulla ricerca.

Considerando la minaccia derivante dal surriscaldamento del pianeta per le emissioni di anidride carbonica e la nostra dipendenza da regimi esteri (una su tutte: la Libia), ora il terreno è fertile affinché l’opportunità che ci presenta questa crisi finanziaria non sia sprecata per innovare l’economia reale.
Insomma, abbiamo ora possibilità di avere più paradisi fiscali attraverso l’offerta di fonte d’energia finalmente in competizione con il petrolio.

Sembra un sogno, ma se ipotizziamo le conseguenze di queste scelte che oggi possiamo fare e a quanto potremmo essere più ricchi per via dei risultati di queste scelte, viene da pensare, come mai non l’abbiamo già fatto?

giovedì 24 settembre 2009

Sono sempre stato un fan di SegnalazioniIT

http://segnalazionit.blogspot.com/

mercoledì 16 settembre 2009

La prima azione 2.0 ? Scrivere.

Fonte: http://www.flickr.com/photos/bwr/279720882/

Scrivere è un’attività riferita alla fuoriuscita di qualcosa. Creativa o inutile, si tratta sempre di output. Ciò comporta però una precedente fase d’input e di successiva trasformazione.

L’input più potente è chiaramente la lettura.
Ringraziamo per questo Gutenberg per l’invenzione della stampa e un infinito riconoscimento va a Tim Berners-Lee per il world wide web (www). Questi uomini con le loro idee hanno acceso il razzo che ha impresso un’immensa accelerazione alla nostra conoscenza.
Ma è altrettanto importante l’osservazione della realtà circostante e tutto quello che in una parola ci “emoziona”. Affinché ciò accada, dobbiamo però essere sensibili al contesto e così faciliteremo il fondamentale processo di memorizzazione. È un processo, anche inconscio, che prevede l’accumulo -e la trasformazione- delle informazioni durante l’arco della vita.

La trasformazione è un’opera complessa.
Rolf Landauer, uno scienziato che nel 1961 lavorava in IBM, disse che l’informazione è un processo fisico, non astratto e quindi è tangibile, entra “fisicamente“ nelle menti delle persone ed essa è trasportata dall’energia. Talvolta succede che si senta il bisogno di esprimerla in una forma scritta. Come se tante energie-informazioni accumulate richiedano di essere trasformate nella nostra mente per trovare sbocchi per successive redistribuzioni.
E per fortuna cedere informazioni non ci priva d’informazioni e di energie.
Scrivere è basarsi su tutto quello che si è imparato dagli altri (salire sulle spalle dei giganti per guardare più lontano) insieme al bisogno di comunicarlo. Ognuno scrive per gli altri, per promuoversi ai futuri lettori, inutile negarlo.

Quando si materializza il pensiero si è nella più assoluta solitudine, ma scrivere è la suprema manifestazione di un output collettivo.

sabato 12 settembre 2009

E il naufragar m’è dolce in questo mare.


Cambiare direzione significa perdere un po’ di spinta nel breve periodo per sperare di riacquistarla nel lungo periodo. È un tradeoff talvolta necessario, un po’ come una gara di vela.
Il vento non sta nelle mani di nessuno, non si può forzare, è dato. Tutto sta nell’avere una struttura (della barca e delle vele) adatta al tipo di navigazione poi c’è l’opera del timoniere che, con l’aiuto del team di consiglieri e manovratori, tenta di cogliere il massimo della spinta.
Se il vento lo vuoi cogliere da sinistra, allora vuol dire che tendenzialmente preferisci avere una barca un po’ più pesante ma più stabile e sicura per l’equipaggio e tutti hanno voce in capitolo. Si cambia più spesso direzione e comandante. E si favorisce l’avversario.
Se lo preferisci prendere da destra allora preferisci una barca più leggera che segue bene i colpi di vento (e di testa del comandante, che resiste bene alle intemperie interne alla nave, con metodi talvolta autoritari). Nel breve può correre di più ma non si preoccupa troppo se parte dell’equipaggio può cadere in mare.

PS. Se chi legge preferisce la barca un po’ più lenta e pesante, chiuda qui la sua lettura.
PPS. Se chi legge preferisce la barca più agile e veloce, allora non consideri il primo PS… tiri sempre dritto per la sua strada.

Il problema è che quando il mare è in burrasca bisogna fare il conto di quante scialuppe si hanno a disposizione…

mercoledì 26 agosto 2009

L’economia della rete può trasformarci


L’economia, come sanno bene i lettori di questo sito, è solo uno strumento e come tale, non ha l’autonoma capacità di creare o distruggere nulla. Ma può trasformare la destinazione d’uso e di scambio dei beni naturali materiali e, sempre più spesso in questi tempi, intellettuali.

Quando ci scambiano un oggetto, è evidente che un soggetto se ne priva a beneficio dell’altro e viceversa. Ciò non avviene quando c’è di mezzo l’immateriale, come le idee per esempio. Non è un gioco a somma zero, è un arricchimento reciproco. Tutti tornano a casa con il doppio delle idee iniziali. Più che uno scambio, quest’ultimo caso si potrebbe definire un dono, sempre presente quando c’è reciprocità. Certo, esiste l’offerta, ma non la domanda scatenata dall’utilità (per consumo, accumulazione o speculazione). Non c’è equilibrio per la formazione dei prezzi, quindi non ci può essere il mercato. Del resto i prezzi non possono esistere quando non ci sono i costi.

Ci sentiamo però insoddisfatti: tutto questo ancora non avviene frequentemente nella vita di tutti i giorni. Tra l’insoddisfazione (il mancato soddisfacimento di un bisogno) per quello che non si ha ma che si vorrebbe avere (anche in senso figurato) nasce una “tensione”. Se tale tensione è mantenuta costante e continua si possono raggiungere risultati letteralmente impensabili; nel senso che non prevediamo razionalmente di poter riuscire, ma abbiamo desiderio passione e stimoli.
Dai e dai, grazie al popolo della rete, stiamo passando dallo scambiarci beni competitivi a idee cooperative, favoriti da questa trasformazione dal materiale all’immateriale. La rete ci unisce e la porta di casa ci divide restando al 99,9 percento sempre chiusa. La nostra porta online invece è sempre aperta.

Milioni di mani, occhi, menti fanno unione, e l’unione fa la forza. Questa spaventa per il potenziale che sta per esprimersi.
Stiamo pertanto convergendo verso la battaglia finale che ci consentirà di superare l'attuale insoddisfazione; il passato è contro di noi ma il futuro ci aspetta.

martedì 18 agosto 2009

Dissonanza cognitiva

Le cose valgono più delle persone.
Abbiamo sostituito le cose al posto delle persone.
Pensiamo alle case: le acquistiamo –indebitandoci- sempre più grandi, quindi dobbiamo acquistare gli oggetti e continuiamo a indebitarci o quantomeno a sprecare parte del nostro reddito. Eppure le famiglie non crescono in termini numerici, anzi siamo sempre di meno. Ma ci circondiamo di cianfrusaglie, alla moda però.

Nessuno oggi è esente dal bisogno di consumare.
Per soddisfare tale domanda, dalla scoperta del carbone in avanti, abbiamo incominciato a sostituire l’uso che facevamo delle energie rinnovabili (acqua dei fiumi e vento) con l’energia che viene dal carbonio enorme, ma comunque sempre finita.

Distinguiamo però l’origine di questo bisogno: c’è un bisogno “fisiologico” di beni e servizi che non è certo condannabile, la cui soddisfazione alcuni la raggiungono più o meno velocemente, ma che comunque ha un limite. Oltre un certo livello non si prova più né utilità né piacere.


Il problema si presenta invece per i bisogni “relazionali”, o meglio quando ci si confronta con gli altri sulla scala sociale. È da questo punto in poi che si perde la razionalità e si punta con tutti i mezzi a una crescita infinita del proprio status. L’obiettivo –vano- è sempre quello di raggiungere un traguardo che non esiste perché si sposta, nella propria mente, sempre più avanti. Questa crescita sembra non avere limiti, invece ce l’ha.

Vediamo i limiti dal lato delle risorse in input al processo produttivo.
Se non si rispettano i tempi della natura (es. l’energia che ci fornisce il vento o il sole) procedendo verso lo sfruttamento delle risorse esauribili (gas, petrolio, carbone) avremo fatalmente distruzione, non creazione di altre risorse per del processo produttivo che ha trasformato tali risorse. E poi per creare cosa?

Guardiamo per questo dal lato del consumo.
Lo spreco e le esternalità negative sono tutte a detrimento dell’ambiente, ma questi costi sono sempre ignorati dalle transazione economiche tra i contraenti. Si creano molti beni (o dovremmo dire mali?) effimeri con un tempo di utilizzo davvero misero. Eppure il processo di costruzione e di trasporto dei beni è stato molto oneroso in termini di equilibrio biologico del pianeta. Senza menzionare coloro che, molto probabilmente, sono stati sfruttati per l’estrazione delle materie prime in qualche parte del Terzo Mondo.

Il più importante vantaggio che otteniamo è la scelta del prodotto da consumare: locale o prodotto in luoghi lontanissimi al minor costo e migliore qualità possibile. Quindi tutti noi provochiamo tale sfruttamento, nessuno ne è escluso.
Giusto per non scadere nel pessimismo e nel catastrofismo più sterile: nessuno cerca la frenata o addirittura la decrescita, perderemmo il benessere che abbiamo raggiunto. Non vogliamo stare per forza ai due estremi delle false alternative: la folle corsa o la povertà per tutti. È corretto invece cercare di migliorarsi, dando più sensibilità verso i temi ecologici che oggi sembrano -per il nostro stile di vita- dettagli.

La distruzione delle risorse avviene più velocemente della sua ricostituzione, e correndo troppo non si vedono i dettagli sulla nostra strada, e questi ci condanneranno. Come sempre.

sabato 1 agosto 2009

L'amministratore delegato di mio figlio




Un amministratore delegato agli interessi di una persona dovrebbe almeno capire qualcosa di finanza.

La finanza è semplicemente una scommessa sul futuro.
Questa è la sintesi che mi è venuta in mente dopo aver letto a proposito di questa crisi.
La difficoltà di capire le reali implicazioni e i concreti rischi finanziari è stata creata ad arte, impiegando i migliori talenti matematici del mondo, e non è un’esagerazione. Costoro, accomunati da traders spregiudicati, sono stati attratti da incredibili guadagni realizzati in breve tempo.
La quasi totalità delle persone non può capire il reale rischio nell’uso di tali operazioni. E’ richiesta una formazione altamente specializzata accompagnata da programmi informatici non proprio alla portata di tutti. Del resto, sono tante istituzioni private e pubbliche, grandi e piccole, cadute in questa rete. Ma non dobbiamo considerare la finanza come un mostro che commette sempre crimini.
Essa è invece un elemento necessario per la crescita, ma deve essere moderata e controllata. Ciò è mancato nel recente passato.
Per questo dobbiamo cercare di diradare la cortina di fumo (la matematica) davanti a questo fenomeno con qualche domanda.

Per quali motivi si scommette?
Essenzialmente per due: assicurativi e speculativi.
La finanza ci consente di crescere con una certa stabilità (assicurazione) o con l’eccesso (speculazione). Talvolta ha degli effetti molto positivi, se riusciamo a guadagnare prima che la bolla scoppi, dopodiché i guai si allargano per tutti.
Talvolta accade che ci si spinga ben oltre il motivo assicurativo (le imprese si assicurano un certo bene per un prezzo già fissato nel futuro) per avviare la speculazione, anche per mezzo della leva finanziaria: vendendo n volte quello che si possiede in quantità unitaria.
Quando il secondo termine prende il sopravvento, avviene quel processo di degenerazione del mercato purtroppo ben conosciuto dell'ultimo trentennio.

Su cosa si scommette?
Nel mondo della finanza vengono scambiati titoli azionari (di proprietà) e titoli obbligazionari (di credito). Quando tali titoli sono scambiati tra i soggetti economici e trattati come ricchezza autonoma, separata dall’impresa sottostante, essi stessi si allontanano progressivamente dalla vera impresa industriale alla base di tale ricchezza. Nascono in questo caso i “derivati” che derivano, appunto, da quei titoli originari. Solo che il valore non si basa quasi più (nelle forme più estreme) sulla vera impresa o sull’immobile reale, ma sul valore futuro di quel titolo cartaceo.

Qual è il requisito supremo per una scommessa?
Se si parla di futuro è essenziale la fiducia.
Affinché tutto funzioni, dobbiamo essere fiduciosi di poter scambiare i nostri titoli in futuro e di un ente che ha “certificato” l’emissione dei titoli.
Per certificato s’intende che una società indipendente (non pagata da coloro che emettono i titoli obbligazionari!) ha verificato che l’impresa che ricorre al prestito obbligazionario ha in effetti una disponibilità economica tale da poter garantire la restituzione con gli interessi di quel prestito che utilizzerà per futuri investimenti. Non proprio quello che è successo con Enron e Parmalat con l’inaudita complicità degli istituti di credito. Hanno tradito la fiducia dei risparmiatori e danneggiato le imprese oneste che hanno bisogno di ricorrere al mercato per crescere.

Traditi e poi beffati?
Sì, in particolar modo il ceto medio dei Paesi Occidentali che, sperando anche loro di raggiungere il top della scala sociale, sono stati privati di moltissimo potere contrattuale e stanno scivolando inesorabilmente verso il basso della scala sociale. I governi ci hanno pure convinto ad aiutare le banche e l’abbiamo accettato!
L’opinione pubblica sta pagando con la pubblica fiscalità –tacitamente, visto che non ci sono imponenti manifestazioni di piazza- un enorme debito che noi e i nostri figli pagheremo, creato dalla complicità di poche banche.

Io, l'amministratore delegato agli interessi di mio figlio, nella protezione dei suoi futuri interessi, finora sono stato un incapace.

sabato 18 luglio 2009

I paradossi della storia si ripetono

E’ ancora una volta l’America a porre le premesse –involontarie- per la destabilizzazione del mondo con la crisi che ha, in maggior parte, generato ed esportato.

Era già successo nel ’29, in quel caso, però, le conseguenze della seconda guerra mondiale furono tragiche. Chi ci ha salvato ha versato letteralmente lo stesso sangue di coloro che si erano immersi in quella folle speculazione collettiva, oltre che una cascata di denari. Infatti, sul piano economico, l’European Recovery Program, meglio noto come Piano Marshall, ha sostenuto l’occidente Europeo nel processo di ricostruzione.

Nel dopoguerra, l’inadatto sistema comunista Sovietico e la perdita delle colonie Britanniche sancirono, paradossalmente, l’egemonia di un solo vincitore che aveva contribuito a creare tutto questo: l’America. Si è così avviato il “secolo americano”.
Oggi assistiamo a un’altra crisi, generata dallo stesso motore economico. Però questa volta è andato fuori giri: per farlo correre e sfruttarlo oltre i suoi limiti sono stati rimossi –o resi volontariamente inefficaci- i sistemi di regolazione e controllo.

Ma rispetto al passato notiamo due grandi differenze:
1- La poderosa presenza del continente indiano che con la Cina aspira legittimamente (data la dimensione, la numerosità della popolazione e l’imponente crescita economica) ad assurgere alla leadership mondiale;
2- L’incombente –per i più pessimisti- catastrofe ecologica.

Solo chi riuscirà a cogliere l’opportunità derivante da questa situazione contingente potrà avere le carte in regola per tentare di imporre un predominio. Un predominio mondiale politico ed economico. E’ un’affermazione temeraria, ma proviamo a dettagliare.

Perché politico?
Molti affermano che assisteremo al “secolo cinese”. Certo, può realizzarsi davvero, ma è molto più importante chiedersi chi trarrà, nel lungo periodo, i maggiori vantaggi da questa fabbrica mondiale che impiega, per ora, manodopera con salari molto bassi e una forma di potente neo-mercantilismo, cioè forte assistenza dello Stato per promuovere le esportazioni.
Poi resta da seguire la crescente tendenza delle importazioni cinesi all’aumentare del tenore di vita della propria popolazione. Potrebbe anche accadere che qualche continente (di nuovo l’America? la Russia? l’America Latina?) si allei con la Cina per sfruttarne i più grandi vantaggi nel lungo termine.
Non è un mistero che molti concorrenti dell’impero cinese confidino nelle ripetute tensioni sociali in seno alla popolazione (soprattutto tra i più giovani). L’ampia libertà economica stride con la rigida oppressione politica, un giorno questo conflitto è destinato a risolversi.

Prendiamo un altro esempio di miopia politica. Compariamo questa fase storica con l’egemonia che nel ‘500 e ‘600 ha avuto la penisola iberica. Con tutte le ricchezze che affluivano dalle colonie pareva incrollabile. Eppure l’incapacità politica dell’aristocrazia spagnola di mettere a frutto tali risorse avviò l’inesorabile declino, a beneficio di altri Paesi.

Anche qui possiamo affermare: quando una nazione non si apre alla modernità l’esito infausto è predeterminato.

Perché economico?
La crescita economica deve avere oggi una prospettiva sostenibile, quindi inestricabilmente legata alla sfida ecologica.
Tutte le risorse materiali e valutarie di cui dispone la Cina potrebbero non essere sufficienti per garantirle una continua crescita se mostreranno insensibilità dei problemi ecologici globali. Di certo l’occidente ha distrutto l’ambiente molto di più di loro, in termini di inquinamento e uso di risorse pro capite. Ma c’è adesso una consapevolezza che questo problema deve essere risolto. Ci sono da prendere decisioni politiche non unilaterali, esse del resto non servirebbero a nulla. Ma quali tecnologie intendiamo usare?

E’ questo il punto cruciale: sta partendo una corsa per guadagnare una leadership nel settore dell’”energia verde”. Il Paese o l’area che investirà di più e mostrerà una forte sensibilità ecologica assurgerà a nuovo leader. Non solo di tecnologia, ma un vero e proprio dominatore economico che avrà la capacità di esportare tali brevetti in tutto il mondo. E tutti gli Stati rimasti indietro potrebbero dipendere dai nuovi leader per tutelare la salute dei loro cittadini, inficiando evidentemente le prospettive di crescita future. E’ la green economy, tutta basata sulla ricerca e sulla conoscenza (e pochissimo sullo sfruttamento delle risorse naturali).

E’ facile immaginarsi quanto sarebbe più povera oggi l’America senza le sue imprese informatiche. L’altra faccia della medaglia è ipotizzare quanto potrebbe esse ricca quella nazione che sviluppa la nuova energia verde. Ed è uno sviluppo che nasce da un laboratorio, ma poi non smette di allargarsi da quella fonte estendendosi, appunto, alla comunità, alle imprese che intravedono un business, allo Stato che supporta l’investimento. Insomma è un processo che continuamente innova se stesso. La nazione o l’area che avrà questa capacità si troverà in posizione dominante.

E’ di nuovo ripartirà il ciclo: speculazione, crisi, esportazione delle conseguenze, riparazione, boom, ecc.


domenica 12 luglio 2009

Il nuovo giornalismo: dal valore d'uso al valore di scambio



Sembra di vedere i giornalisti in carrozza: trainati da un motore (la pubblicità) -che perde colpi- mentre i lettori attendono alla stazione, e diminuiscono sempre più. E quando arriva è sempre più lenta o in ritardo, non c’è più la qualità di una volta, anche perché oggi le alternative rendono quella qualità percepita di tale servizio molto scadente. I viaggiatori/lettori pensano di scegliere nuovi mezzi molto più rapidi e a buon mercato, se non proprio free. E’ anche una piccola conseguenza della campagna che è stata fatta a proposito delle sovvenzioni che lo Stato continua a erogare e al giro di poltrone cui si è costretti ad assistere. Anche per questi aspetti si è al limite della sopportazione.
Quindi, nonostante ci siano ancora forze che spingono questo carrozza, tutto ciò è ancora molto inefficiente, non si riesce a trovare un’altra strada (il web non ha abbastanza forza per spingere avanti quella vecchia carretta) per dare
un nuovo stimolo ai lettori.
Un po' di frizione è nelle cose, ecco perché per il momento gli abbonati al servizio resistono a cambi radicali.

Proviamo però a immaginare il giornalismo di domani.

Si può pensare a una comunità di persone che ruota intorno a un nucleo, la redazione centrale, ripartita in anelli in
modo molto lasco tra nord, centro e sud, almeno nel caso italiano.
Ogni elemento ha un link verticale con il proprio
territorio e un link orizzontale con la comunità d’appartenenza.


Però oggi girano a vuoto senza senso, invece devono sentire la forza (gravitazionale) della redazione centrale. E una vera comunità non esiste se ogni elemento non ha un luogo (il territorio) e un proprio ruolo scelto liberamente.

Non c'è bisogno di vertici o organigrammi, tutto ruoterà secondo i propri interessi. Per esempio, quando si apprende che c’è un evento nella propria area riguardante l’innovazione, la creatività, etc. viene subito comunicato su larga scala. Oppure sono le persone che vivono nel nucleo che passano l’invito e si agisce pertanto da osservatore.
Ognuno agisce quindi sia da antenna (per ricevere informazioni) sia sensore (per segnalare quello che accade nel luogo in cui vive), capaci quindi di attivare una comunicazione bidirezionale tra il nucleo e la periferia che è radicata sul territorio lontano, ma non è isolato.
Evidentemente con il tempo qualche elemento spontaneamente si allontanerà (per forza centrifuga) altri emergeranno –diventeranno a loro volta dei piccoli nuclei che si aggregano- e si potrà osservare la traiettoria che seguiranno i leader, essi non emergeranno verso l’alto con una struttura piramidale, ma si concentreranno al centro. Senza un ordine precostituito. Si potrebbe dire che è guidata da una forza centripeta.
La gerarchia è orizzontale fatta da cerchi concentrici, i più vicini al nucleo sono pagati per le news che riportano, mentre i più lontani iniziano a guadagnare reputazione e rispetto. Pian piano, una volta riconosciuta il valore di originalità, bellezza e intelligenza degli articoli, si potranno assumere ruoli più centrali. Per l’incentivo a collaborare, a parte il proprio prestigio, si può pensare a qualche abbonamento annuale al sito online del giornale di riferimento. Questo è solo un esempio, per mantenere il costo marginale uguale a zero.
Forse una delle soluzioni consiste in un gruppo di iscritti che collabora in real-time (suddividendosi i compiti) per la produzione dei pezzi. Tipo wikinews.org. Ci sarebbe anche la mappa (Google Maps, ad es.) dove zoomare sulle notizie locali.

Oggi la comunità intorno alla redazione è troppo dispersa: si deve alimentare la conversazione tra queste persone e il giornale, così si conferisce più supporto, più senso d’appartenenza alla comunità, non regole.

Nel nostro tempo non si vuole più attendere per usare quella vecchia carrozza. Molte persone hanno voglia e capacità di agire e collaborare scambiandosi informazioni tra loro. Ora la tecnologia (con Twitter o Friendfeed ad es.) supporta questa modalità di diffusione dei contenuti.
La quantità delle più diverse fonti e delle relazioni derivanti è –semplicemente- più qualità.

Per questo modello c’è una sola certezza: se si raggiunge il consenso per la qualità del prodotto editoriale creato da un’ampia comunità di persone, sicuramente la pubblicità non mancherà di manifestarsi. Essa, in questo caso, deve seguire una comunità, non può più imporre scelte preventive su un ristretto numero di persone e creare conflitti d’interessi come in passato, cioè oggi.

sabato 4 luglio 2009

Non è un Paese per sobri



Stiamo inalando da decenni dosi di false promesse, irrealtà. E pure in grandi quantità, essendo in sostanza gratis (veicolati dalla pubblicità). Si forzano le persone allo stato di bisogno e da qui parte, fatalmente, il controllo.
Siamo dentro un Paese che ondeggia, non si riesce a vedere alcuna strategia cui mirare costantemente.
La strategia è la decisione che dobbiamo prendere oggi per cambiare il futuro. Invece andiamo come un ubriaco lungo la via.

Tutti cercano di prevedere il futuro, ma chi è in preda ai fumi dell’alcool non riesce a prevedere i pericoli. Proprio così, una persona in questo stato di ebbrezza non ha i riflessi più lenti, gli manca solo la naturale percezione “futura” del pericolo.
Il contenitore in questo caso non è la bottiglia contenente del liquido, ma una scatola da cui diluviano informazioni che liquefanno le menti dei tanti telespettatori passivi.

Ecco perché sono frequenti gli incidenti per coloro che si trovano in questo stato: viaggiano a velocità elevatissima in stradine con incroci e curve strette. E sbattono senza rendersi conto del perché.

La maggioranza delle persone è avvolta da questo stato di eccitazione generale, non avverte il costo attuale di tale situazione, ma saranno molto alti in futuro.
Ce ne accorgeremo nella fase di disintossicazione, essa potrebbe essere una pratica lunga e dolorosa.

E allora, come se ne esce da questa malattia?
Così come se ne esce da qualsiasi altro eccesso: isolandosi, moderando il consumo o assumendo antidoti.
I nativi digitali stanno imparando delle nuove tecniche, ma sono ancora pochi in un Paese che invecchia precocemente. Altri, i più meritevoli, lasciano la patria e migrano per altre aree meno contaminate.

Ogni ubriaco è solo, la comunità lo può aiutare, anche in queste nuove sfide. Oggi la rete è qui a dimostrarlo. E’ sempre stato così, lo sarà anche questa volta.

venerdì 26 giugno 2009

Scienze sociali senza matematica? Ieri sì, oggi no

Perché gli economisti non hanno saputo prevedere la crisi?
Si potrebbe rispondere con una semplice domanda (anche se è un po' scorretto): perché gli scienziati sociali non hanno previsto e magari evitato le guerre?
Perché i medici non hanno previsto le ultime pandemie?

L’economia è una scienza sociale non naturale, essa cambia nel tempo ed è continuamente rimessa in discussione. Una volta stabilito che la Terra gira intorno al Sole, il concetto rimane immutato. In economia ciò non succede, perché dietro le teorie ci sono gli uomini.

E’ nelle mani, o meglio, nelle teste di tutti usare questi strumenti per evitare disastri organizzando magari meglio l’allocazione e la distribuzione delle scarse risorse.
Alla domanda: “Cosa accadrà all’uscita del tunnel?” dovremmo interrogarci sulle nostre idee e sugli attuali comportamenti per avere la risposta più plausibile.
Tutto ciò complica moltissimo la “previsione”.

Adam Smith, Ricardo, Schumpeter e Keynes sono stati dei grandissimi economisti che non hanno proposto modelli matematici per interpretare la realtà. Studiavano il comportamento degli uomini con la loro illuminante prospettiva storica, psicologica e sociale.

In dettaglio, Smith, Ricardo e Schumpeter spiegavano perché il mercato funziona bene, anche senza volerlo.
Keynes, Friedman e Marx spiegavano invece i fallimenti del mercato, ma nessuno avanzava delle profezie (tranne Marx, ovviamente).

Le loro armi erano parole, non complessi modelli matematici. Oggi non potrebbero insegnare economia nelle università. Al massimo in qualche facoltà di storia o sociologia.

L’economia non è una scienza esatta, ma è uno strumento nella testa delle persone. Inoltre, dietro questo strumento ci sono le paure, aspettative e scelte non sempre razionali.

Insomma, gli economisti sono sempre sotto processo, ma l’economia è conseguenza delle azioni dell’uomo. E queste non sono mai prevedibili.

lunedì 15 giugno 2009

Ma che media usano?

Si parla tanto delle nuove capacità della rete contro lo strapotere mediatico della televisione. Sarà.
Ma un ottantenne di Nusco (AV) è stato l'uomo più votato nel meridione. Eppure non si è visto né in televisione né tanto meno nella rete.
Ci deve essere qualcos'altro che ci sfugge...

sabato 13 giugno 2009

Vale la pena di vivere se...

Una vita vale la pena di essere vissuta se intorno ai:

- dieci anni giochi

- venti impari

- trenta ami

- quaranta cambi

- cinquanta realizzi

- sessanta pensi al domani

- settanta (e oltre) vuoi ridare indietro tutto.

martedì 9 giugno 2009

Divisioni che portano alla fame

Gli Italiani hanno diviso una mela: una parte è troppo dura e indigesta, l'altra è così frammentata che non è possibile raccoglierla nemmeno con un cucchiaino... e restiamo affamati fino alla prossima elezione.

martedì 2 giugno 2009

Mi verrebbe da dire di...

...non andare a votare alle prossime elezioni. Occorre un altro popolo per votare.
Per quest’occasione, non abbiamo bisogno di noi.

domenica 24 maggio 2009

Nei fatti non ci muoviamo

Credo che la politica economica abbia, in estrema sintesi, tre funzioni:
* cercare di comprendere come funziona un sistema economico e quali sono i problemi fondamentali,
* avanzare proposte per migliorarlo,
* giustificare il criterio mediante il quale è valutato il miglioramento.

Prendiamo in esame lo Stato Italiano. Esso ha almeno tre problemi fondamentali:
1- un debito pubblico tra i più alti del mondo;
2- una forte evasione fiscale;
3- la qualità della spesa è molto inefficiente (spreco).

Tutti i partiti hanno una ricetta, ma non si riescono a fare passi in avanti.
Valutare cosa sia auspicabile comporta un giudizio di valore, cioè politico-morale.
Ma cerchiamo di non confondere la politica con il potere che è stato assunto dai politici che non fanno politica ma solo gestione del potere.
Proviamo invece a superare queste emergenze concordando nel ridurre le spese -senza toccare lo Stato sociale- far pagare tutti e puntare all’aumento della produttività e del merito.

Forse sono le istituzioni che devono essere riformate perché ormai sono bloccate dall’apparato burocratico e dalle ottocentesche procedure.
Più in dettaglio e per evitare fraintendimenti, se le istituzioni sono troppo burocratiche, ciò è vero, ma non si può pensare di abbatterle esautorando il potere legislativo e giudiziario. Stiamo vedendo da anni multiple forze per raggiungere questo disastroso obiettivo.
L'attuale modello di organizzazione dello Stato pone a protezione tutte le persone contro l'abuso di potere da parte di coloro che provano ad avere un predominio totalizzante.

Come al solito si deve iniziare dai cittadini che devono fare la loro parte, controllando ed eventualmente sanzionando gli schieramenti che si oppongono a (vere) riforme.